Il processo di modernizzazione iniziò sotto la spinta illuministica delle riforme intraprese da Pietro Leopoldo, che aveva posto al centro della riorganizzazione economica dello Stato proprio l’agricoltura, basata sulla mezzadria, da ‘rifondarsi’ attraverso la longa manus dell’Accademia dei Georgofili. Tutto era iniziato con un’inchiesta del 1766, cui nel 1770, era seguita la pubblicazione Delle case de’ contadini, una sorta di manuale scritto dall’architetto delle Règie Possessioni Ferdinando Morozzi. A tali indicazioni si erano rifatti, nella pratica sia lo stesso Morozzi che l’altro architetto granducale, Giuseppe Salvetti (1734-1800), ispirandosi all’eredità cinquecentesca di Bernardo Buontalenti.
L’esempio granducale, a partire dagli anni Sessanta del Settecento, era stato imitato dai nobili (come i Ginori e i Pierucci) nei loro possedimenti, i quali, intendendosi di economia agraria e di «arti del disegno», copiavano i prototipi iniziali, dandoli poi a realizzare a valenti maestranze locali. Nacquero, così, la tipologia di casa impiegata nelle bonifiche delle ‘Chiane’ e delle ‘Maremme’ e quella cosiddetta del Valdarno, alla quale appartengono quasi tutte le case coloniche rette nel territorio comunale di Laterina.
A quel secolo dobbiamo l’incremento di alcuni villaggi ‘aperti’ come Soppioro, forse da allora denominato Casanuova. Qui incontriamo case isolate o aggregate in piccoli nuclei, vicino a precedenti fornaci, con stalle terrene, una sala centrale con il focolare al piano superiore, attorniata dalle camere e talvolta con una colombaia (così era, ad esempio, quella di un certo Cristoforo di Piero, documentataci nel 1468).
Gli edifici agricoli della tenuta dell’Isola dei Ginori vennero ben presto ricostruiti secondo i nuovi principi. In seguito, anche le vecchie coloniche delle Casacce, dei Pianacci e della Rocca, nella tenuta dei Capponi a Monsoglio, anguste e irrazionali, all’inizio dell’Ottocento furono sostanzialmente demolite e ricostruite simili a quelle sorte ex novo (Beccafico e Casa Nuova o Giuncaia). Quest’ultimo modello di casa rappresenta la prima e più diffusa variante sincronica, con la scala interna centrale e con un’unica colombaia centrale. In posizione separata, ma attorno all’aia, erano ubicati i vari annessi (come il fienile, la porcilaia, la carraia o il pollaio). Da un punto di vista tipologico una fra le più ‘perfette’ (un vero cristallografico parallelepipedo sotto la luce, qualificato dalle scure ‘bucature’ delle arcate terrene e del primo piano e dalla nitida emergenza della colombaia) pare essere quella della Casa Nuova o Giuncaia o Granchiaia, che forse costituisce lo spostamento della colonica del podere della Penna dall’area dell’ex castello ad una più centrale e ricca d’acqua, conformemente alle indicazioni morozziane.
La colonica di Poggerello (oggi facente parte anch’essa della tenuta di Monsoglio) si diversificò dalle ristrutturazioni operate dal Capponi perché presenta la seconda variante sincronica della rammentata tipologia, cioè quella a doppia torre colombaia (assai diffusa in altri Comuni del Val- darno, quali Pian di Scò o Castelfranco).
Altre interessanti case coloniche dell’epoca sono quelle di Le Conia, Casuccia (fatta riedificare dal conte Pierucci negli anni Ottanta del Settecento), Pozzo e Stiani (a colombaia centrale) e di Ricarri (a doppia colombaia, poi facente parte della Reale tenuta di Laterina, di proprietà privata di Leopoldo II). Quella di Stiani, una delle prime ad essere costruita, venne fatta erigere da Giovanni Ginori nel 1768; l’altra di Pozzo è caratterizzata dalle belle volte a crociera terrene in mattoni, che disegnano delle singolari stelle a quattro punte. Decorazioni simili sono presenti anche in quattro ambienti terreni della colonica Il Bacco, lungo l’antico tracciato della Via Vecchia Aretina a Oriente di Laterina, vicino al ponte sul torrente Bregine (un edificio forse originariamente destinato a osteria ed ampliato nell’Ottocento).


