La decorazione pittorica della villa di Monsoglio

È probabilmente dal 1694 in poi, quando Bindo di Simone Peruzzi eredita dallo zio, insieme a due fratelli minori, la tenuta di Monsoglio e si sposa con Maria Maddalena Grifoni, che la villa viene ampliata e ornata di affreschi soprattutto nei suoi ambienti principali: il salone centrale e la galleria che attraversano tutta la larghezza dell’edificio, “da petto a’ reni”.

Primo ad essere realizzato sembra il salone, con un fregio che rigira in alto alle pareti di putti a cavallo fra racemi vegetali, interrotto al centro delle pareti corte da una Fama volante (verso la facciata) e da tre putti entro un velo (verso il giardino), mentre al centro di quelle lunghe furono inseriti più tardi un orologio e uno stemma dei Pasquali da Cepperello. Il resto delle decorazioni è intorno a porte e finestre, sovrastate da busti di deità mitologiche entro conchiglie e profilate, le porte dei lati corti da telamoni che raffigurano schiavi turchi (evidente ricordo dei “quattro mori” incatenati al monumento a Ferdinando I de’ Medici nel porto di Livorno), quelle al centro dei lati lunghi da erme con teste e piedi umani e quelle in angolo da putti che cavalcano delfini.

Sulle porte centinate del lato corto di fondo, che dava accesso alle scale per salire al piano superiore, due immagini di ville: Monsoglio stessa in una veduta di progetto, con due cappelle e le estremità a loggetta, e un’altra villa (Peruzzi o Grifoni?) non riconosciuta. Le opere potrebbero esser attribuite a Atanasio Bimbacci (Firenze 1649-1734), documentato nel 1693 al lavoro nel palazzo Peruzzi di città; ed era frequente che i nobili usassero gli stessi artisti in città e in campagna, qui dandogli compensi più in natura che in denaro: vitto, alloggio e prodotti della fattoria magari anche alla famiglia.

Lo stile della decorazione, dipendente da quella che i bolognesi Colonna e Mitelli avevano introdotto a Firenze negli anni ’40 del Seicento nei palazzi Pitti e Niccolini, era stato diffuso da Jacopo Chiavistelli fin dal 1650 (palazzo Cerretani) e gode di grande fortuna nei due decenni a cavallo del secolo; a questo si assomma la “voga turca” (finemente analizzata da S. Rudolph nel 1976 e da F. Fiorelli nel 1989) che invase l’Europa dopo l’assedio di Vienna (1683).
Recentemente L. Fornasari ha brillantemente esteso questi influssi a che ad Arezzo, dove Giovanni Battista Biondi (1645-1698) decora in modo simile vari palazzi, illustrando quelli “delle Statue”, Subiano, Ciocchi del Monte.

La galleria nella nuova espansione del palazzo verso la cappella fu affrescata allo stesso momento o poco, credo da Giovan Camillo Ciabilli (1675- 1746), che un documento del 171O collega ai Peruzzi, e che era allievo del Sagrestani. Lo schema è simile: nelle otto sovrapporte campeggiano tra putti e festoni i ritratti di otto dei nove gonfalonieri della famiglia, gli stipiti sono profilati da erme e telamoni; tra di esse pendono illusionistici finti paesaggi incorniciati, alternativamente ovali e rettangolari.

Oltre a due affreschi minori intorno a due porte delle stanze immediatamente a sud del grande salone, un ultimo intervento pittorico (a parte quelli, minimi, del Novecento) fu nell’alcova, la cui grande portafinestra è simmetrica a quella della galleria. È databile fra l’acquisto della villa da parte di Francesco Pier Maria Capponi (1744) e la sua morte (1753) perché nella parte prospiciente (nell’affacciata) alla finestra vola sul soffitto uno stemma della famiglia sorretto da putti (e affiancato da una croce di Malta e un cappello cardinalizio, certo allusivo all’unico cardinale della famiglia, Luigi, 1583-1659) mentre nelle pareti interne quattro deliziosi ovati ritraggono i principali santi di nome Francesco (d’Assisi, di Paola, di Sales e Saverio) e potrebbero essere opera del poco noto Giuseppe Nobili, pittore di casa dei Capponi a quest’epoca.

Silvia Meloni Trkulja