Probabilmente nella seconda metà del cinquecento nascono le prime importanti ‘case del signore’ nel contado per lo più legate ai grandi proprietari terrieri appartenenti a famiglie fiorentine. Spetta a Filippo Peruzzi, il primo sistematico ampliamento delle proprietà ereditate, che si espansero dalla Penna verso Monsoglio, località in cui allora doveva esistere una ‘casa da lavoratore’ e un’osteria presso il rammentato e oramai dismesso ospedaletto, di proprietà di Niccolò del fu Sebastiano da Firenze, residente però a Laterina.
A partire dal 1590 e fino al 1617 la vedova di Filippo, Camilla Capponi continuò ad ingrandire la tenuta di Monsoglio, mediante l’acquisizione di beni posti prevalentemente in direzione di Rondine; in seguito, a Francesco Carlo, a Giovan Filippo e a Bindo Peruzzi spetta la terza fase di ampliamento ed il consolidamento della tenuta, verificatosi durante il Seicento. Tra il 1662 e il 1694 Giovan Filippo di Giovan Battista Peruzzi, canonico della chiesa di Santa Maria del Fiore a Firenze, attua una vasta campagna di acquisti miranti a dilatare ulteriormente la tenuta di Monsoglio verso Rondine. È solo nel 1682 che per la prima volta si parla esplicitamente di «villa, de’ Signori Peruzzi» a Monsoglio.
Nel periodo compreso tra gli anni antecedenti al 1694 ed il 1710 avvengono le più ingenti trasformazioni della villa di Monsoglio, volute da Bindo Peruzzi innanzitutto procede alla realizzazione di una scala ancor più monumentale, scenograficamente barocca, che dava accesso al piano nobile dal prato antistante, coronato da tre cancelli. La facciata viene ad essere contraddistinta da eleganti finestre e portefinestre qualificate da una piattabanda a finti conci, ancora di gusto primosecentesco.
Dal salone, nucleo della villa, pare sia iniziata la decorazione pittorica dell’edificio (con un Olimpo degli Dèi ed alcuni telamoni mori), forse già dai primi anni Novanta, quando era ancora in vita Giovan Filippo, pitture ascrivibili ad Atanasio Bimbacci (Firenze 1649-1734) e vicine a quelle dell’aretino Giovan Battista Biondi. Certamente a Bindo Peruzzi, dopo la morte dello zio canonico, è da assegnarsi l’ampliamento della villa su ambedue i lati, con un’alcova sulla destra e la galleria sulla sinistra, qualificata da otto porte sormontate da una ricca decorazione pittorica, con frontoni centinati spezzati e ribaltati e con medaglioni ovali centrali, recanti i ritratti ‘storicistici’ di otto dei nove gonfalonieri della famiglia Peruzzi, pitture attribuite, pur con alcune riserve, a Giovan Camillo Ciabilli (1675-1746).
Verosimilmente in quegli anni trovò una sua sistemazione anche il giardino all’italiana, posto tergalmente.
Dopo un’aspra vertenza tra i vari membri della famiglia Peruzzi per il possesso della tenuta di Monsoglio (1718-1722), Bindo di Bindo Bernardo diviene il nuovo ed esclusivo proprietario.
Nel 1744 il complesso fu venduto all’asta al marchese Francesco Pier Maria di Alessandro Capponi (1688-1753). Agli anni 1746-1748 sono da ascriversi alcuni lavori nella villa, tra cui la decorazione a fresco dell’alcova principale, forse conclusa solo nella seconda metà del Settecento da Giuseppe Nobili su commissione del figlio del marchese Francesco, Alessandro Maria. Nel 1788 la tenuta passò a Pier Roberto di Gino Capponi (1752-1825) e agli anni seguenti si deve la ridefinizione agraria dell’intera tenuta, protrattasi fino all’età della Restaurazione.
Nel 1825 la villa di Monsoglio fu ereditata da Gino Capponi (1792-1876), il notissimo studioso, letterato, liberale moderato e patriota fiorentino, amico di Foscolo, di Manzoni e di Leopardi che fu anche camarlingo (ovvero tesoriere) della Comunità di Laterina. Alla morte del Capponi nel 1876, la villa con la fattoria passò alla figlia Ortensia negli Incontri e quindi al nipote, Carlo Incontri, che nel 1884 la vendette al marchese Francesco di Giovanni Pasquali Da Cepperello. La tenuta era allora costituita dalla «villa, numero nove Poderi e boscaglie annesse»; fin dall’anno seguente inizia nuovamente una sua vasta espansione. Forse ai primi anni in cui la villa apparteneva al nuovo proprietario è da assegnarsi la piantumazione, nel prato antistante la villa, dei quattro piramidali cedri del Libano.
Nel 1912 il marchese Augusto Pasquali Da Cepperello (1884-1972) ereditò i beni del padre Francesco. Tra il 1909 ed il 1915 il giovane Augusto – quindi anche già prima di divenire ufficialmente proprietario di Monsoglio – iniziò a restaurare ed abbellire la vecchia villa, realizzando, tra l’altro, la sala del biliardo. Anche il giardino, che forse prima del 1850 era stato parzialmente trasformato in orto, fu risistemato e vennero inseriti vari arredi, come i leoni in terracotta, alcune statue o le conche dei limoni; pure la cappella, a sinistra della villa, venne restaurata.
Nel 1924 fu costruita la ‘tabaccaia’, non distante dalla villa. In quell’anno la tenuta di Monsoglio aveva raggiunto una superficie di 400 ettari, metà dei quali destinati a terreno lavorativo, coltivato e vitato, l’altra metà a pastura e bosco. Tra le due guerre si concentrarono a Monsoglio «i lavori più importanti e di maggior dispendio» (alla fattoria e nelle varie case coloniche) eseguiti da Augusto Pasquali, la cui tenuta era costituita allora da ben 20 poderi condotti a mezzadria.
Gli anni a cavallo della guerra e il Dopoguerra, fino agli Anni Cinquanta, rappresentano l’apice nell’espansione e nella floridezza della tenuta, l’importanza storica della cui villa è suggellata il 25 giugno 1945 dalla notifica di vincolo inviata dalla Soprintendenza ai Monumenti di Firenze.
Nel 1972, alla morte di Augusto, la tenuta passò alla figlia Patrizia, coniugata Mosiici (1924- 1997). Dal 1997 la villa è stata ereditata dai Mosiici; non più abitata e in stato di forte degrado, l’edificio non è visitabile.





