La denominazione dei Santi Ippolito e Cassiano in Campavena fu dedicata a una chiesetta intramuraria a Laterina ma prima del 1100 tale titolo della pieve era attribuito alla villa fattoria tardoantica romana che si trovava all’infuori in una zona paludosa, dopo la perdita del titolo l’ex chiesa fu destinata ad usi agricoli in quanto tra il Sette e Ottocento era caratterizzata dalle colture cerealicole e dall’allevamento, ma attraverso il doppio raccordo stradale rammentato (per S. Giustino e per Ponte a Buriano) si commerciavano pure i prodotti in cotto delle locali fornaci, che sfruttavano i copiosi depositi di argilla (si pensa ai toponimi di Latereto e ‘Laterino’ o ‘Laterini’, poi Laterina cioè lateraria, mattonaia).

Nel V secolo, durante le invasioni barbariche, fu distrutta e bruciata e tra il IV ed il V secolo, la locale diocesi paleocristiana, come le altre della Tuscia Annonaria (attuale Toscana settentrionale), ricalcava il municipium romano.

Dopo la vittoria bizantina sui Goti, a partire dal 554 periodo in cui furono ricostruite solo pochissime chiese, poiché l’esarcato bizantino fu investito dalle orde longobarde nel 568 eressero possenti torri di difesa contro i bizantini (i cosiddetti gardinghi) che riedificarono alcune chiese, che divenendo ariane tra cui la rammentata villa tardoantica. Tale polo del sistema religioso, verosimilmente, fu ricostruito nell’VIII secolo, ad impianto basilicale con tre navate ed altrettante absidi (oggi andate distrutte).

Ancora si conserva, invece, la massiccia torre campanaria. Alcuni elementi rivelano una stretta relazione con le tecniche costruttive longobarde e, segnatamente, le rozze e massicce colonne superstiti (tra la navata centrale e quella di sinistra), a fusto cilindrico in breccia di pietra scapezzata e intonacate, simili, ad esempio, a quelle rinvenute negli scavi concernenti il secondo edificio sacro di Gropina.

Durante quest’ultimo secolo ed in quello seguente la zona compresa tra Le Pievi e Monsoglio divenne, forse, una bandita règia carolingia. Attorno al X-XI secolo l’area pianeggiante, compresa tra l’Arno (fiume che, dopo lo stretto di Rondine, presentava un alveo sempre più incerto e mutevole), i torrenti Bregine e Oreno e il borro di Campavena da un lato (affluenti di destra) e i borri di Rimaggio, Ganascione e Acetola dall’altro, si impaludò sempre di più. Non per questo, però, tale area perdette la sua rilevanza come zona per la caccia, fornendo la pregiata selvaggina legata all’acqua ed alle paludi.